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11" a 56Kbps 2001 La mia odissea nello spazio I paragrafi che seguono sono la trascrizione integrale dell'intervista-racconto rilasciata dall'astronauta italiano Umberto Guidoni al mensile d'informazione scientifica "Newton Oggi" (RCS Periodici S.p.A.) pubblicata dal medesimo nel numero di luglio 2001 (pag. 52-59). Come potrete leggere, questo "diario di bordo" è interessante, non solo dal punto di vista scientifico (motivo principale per cui ho pensato di riproporlo in rete), ma anche dal punto di vista "umano": come in "Longitude" di Dava Sobel gli sforzi degli uomini per calcolare la longitudine in alto mare diventano un'avventura carica di emozioni, così anche qui, il resoconto di un'impresa scientifica diventa avvincente come un romanzo, semplicemente grazie alla testimonianza di uno uomo.
Links per passare direttamente ad un determinato giorno della missione: 19/4 - 20/4 - 21/4 - 22/4 - 23/4 - 24/4 - 25/4 - 26/4 - 27/4 - 28/4 - 29/4 - 30/4 - 1/5 Da due ore sono seduto sulla schiena e comincio a sentire i muscoli intorpiditi, la tuta mi impedisce i movimenti ma, per fortuna, siamo vicini al momento del lancio. Inizia la verifica delle comunicazioni radio. A turno ogni componente dell’equipaggio parla con la sala di controllo della base del Kennedy Space Center, a pochi chilometri di distanza dalla rampa. Poi è la volta del Controllo Missione (MCC), a Houston, che è in attesa di prenderci in consegna subito dopo il lancio. Arriva l’ultimo minuto e il saluto del direttore del volo: <<Endeavour, abbassate il visore del casco. Buon viaggio!>>. Allo scandire degli ultimi sei secondi del conto alla rovescia, si accendono i motori principali, l’intera struttura oscilla in avanti e la cabina vibra profondamente: a questo punto solo otto bulloni tengono ancora Endeavour al suolo! Poi, quando il conto alla rovescia arriva allo zero, i bulloni esplodono e si avverte il sordo boato dei due booster, i razzi supplementari a combustibile solido che danno il <<calcio>> definitivo allo shuttle. Lentamente, Endeavour s’innalza sopra la rampa. Sono le 14:41 ora locale (20:41 ora italiana); il decollo è avvenuto in perfetto orario, esattamente all’apertura della finestra di lancio, che dura appena cinque minuti. E inizia l’avventura per me e per gli altri sei componenti della missione STS-100 della navetta spaziale: il comandante Kent Rominger, il pilota Jeffrey Ashby e gli specialisti di missione Chris Hadfield (canadese), Scott Parazynski, John Phillips, Yury Lonchakov (russo). È una salita da capogiro che dal livello del mare – la rampa di lancio di Cape Canaveral si affaccia sull’Oceano Atlantico – ci porta in poco più di otto minuti fino a circa 300 chilometri di altezza. Endeavour è in orbita provvisoria attorno alla Terra. Ci vorrà un’accensione dei motori orbitali per stabilizzare la navetta sull’orbita a 311 chilometri al di sopra della superficie terrestre. Si comincia a riconfigurare la navetta per le attività in orbita. A uno a uno ci togliamo le tute arancione, che ormai hanno esaurito il loro compito di protezione durante il lancio; verranno utilizzate di nuovo al momento del rientro nell’atmosfera e perciò le conserviamo con grande cura. Anche i sedili non servono più, in assenza di peso non si sfiora neanche il pavimento, figurarsi stare seduti! Per un po’ sembra regnare un caos totale con sacchi pieni di tute, paracadute, indumenti che fluttuano lentamente nello shuttle, ma dopo qualche ora la cabina inferiore (middeck)è completamente trasformata con una rete che occupa l’intera parete destra dove abbiamo stivato tutto il materiale che non si utilizza in orbita. Al piano superiore è avvenuta un’analoga trasformazione. Ora ci sono computer, macchine fotografiche e videocamere con cavi un po’ dappertutto. Le porte della stiva sono aperte e dalle finestre posteriori si vede la Terra in tutta la sua magnificenza. Siamo alla fine di una lunga giornata e ci prepariamo a dormire. Veniamo svegliati dalla musica del Controllo di Missione: sono le 9:41 ora italiana, ma solo le 3:41 del mattino in Florida. Siamo tutti nel middeck con i sacchi a pelo appesi verticalmente. Non c’è spazio per metterne sette in posizione orizzontale e comunque non farebbe alcuna differenza in assenza di peso. C’è tempo per una veloce toilette, per la colazione e per leggere gli aggiornamenti al piano di attività della giornata; poi si comincia l’inseguimento della Stazione spaziale internazionale, battezzata Alpha, che sta orbitando a una quota leggermente superiore. La meccanica celeste detta le leggi di questa manovra che assomiglia a una specie di balletto spaziale e che culminerà, il giorno successivo, con la manovra di rendez-vous vera e propria. Nel corso del secondo giorno, in orbita, Endeavour si porta sempre più vicino alla stazione Alpha, che ormai splende come la stella più brillante del cielo. Passano alcune orbite e si comincia a distinguere una silhouette scura sullo sfondo blu della Terra. È uno spettacolo che mi tiene incollato al finestrino: prima si intravedono i grandi pannelli solari, vere e proprie ali di quella che sembra una farfalla. Sullo sfondo buio dello spazio, le grandi ali brillano di una luce arancione: sono i raggi del Sole che si riflettono sul particolare rivestimento delle celle fotovoltaiche. Un’altra orbita intorno alla Terra e la stazione comincia a prendere forma, si vedono i moduli che compongono il corpo di questo gigantesco insetto spaziale. La manovra finale permette di effettuare il sorpasso passando sotto la pancia della stazione per poi rallentare fino a farsi quasi <<tamponare>> dolcemente dalla parte frontale di Alpha, quella che viene chiamato in gergo PMA2 o Pressurized Mating Adapter (adattatore pressurizzato per l’attracco). Sono le 15:59 ora italiana quando il dispositivo di attracco a bordo dell’Endeavour entra in contatto con il PMA2 della stazione Alpha. Dopo qualche minuto i due veicoli spaziali sono agganciati in modo stabile e si viene a creare la più grande struttura mai costruita in orbita. Ma non si può ancora entrare nella stazione perché tra i due veicoli c’è una differenza di pressione. La riduzione di pressione nella cabina dello shuttle è necessaria per la preparazione dell’attività extraveicolare (EVA) prevista per il giorno successivo. L’obiettivo principale del nostro volo è infatti quello di assemblare in orbita il braccio robotico canadese che abbiamo portato dalla Terra e, per portare a termine questa attività, sono necessarie ben due passeggiate spaziali. La prima deve essere iniziata al più presto, appena la culla che contiene il braccio ancora <<addormentato>> iene agganciata al laboratorio americano. Il Canadarm2 com’è stato ribattezzato, ha infatti bisogno di essere riscaldato per poter sopravvivere al gelo dello spazio e la <<spina>> va attaccata proprio durante l’EVA. Possiamo però pressurizzare il PMA2 che per un mese è stato esposto al vuoto dello spazio e utilizzarlo come ripostiglio per guadagnare un po’ di spazio nel ponte inferiore. Ne avremo bisogno per effettuare le operazione di vestizione e di verifica delle tute EVA. Comincia la prima passeggiata spaziale. Chris Hadfield e Scott Parazynski escono nella stiva dello shuttle e si arrampicano lungo il modulo Destiny, come è stato ribattezzato il laboratorio americano della Stazione spaziale. Destinazione è la culla del Canadarm2, denominata SPL, che è appena stata sollevata dalla stiva dello shuttle ed è stata agganciata proprio sulla parete esterna del laboratorio. La manovra è stata effettuata da Jeff Ashby e da me utilizzando il <<vecchio>> braccio robotico montato a bordo di Endeavour. Il compito dei due carpentieri spaziali è quello di mettere insieme i quattro sementi in cui Canadarm2 è stato suddiviso per sopportare meglio le sollecitazioni del lancio. Assemblare il <<grande braccio>> è un’attività manuale che mette a dura prova la resistenza fisica di Chris e Scott, ma tutto procede secondo i piani e nelle oltre sette ore di attività extraveicolare viene istallato non solo Canadarm2, ma anche una nuova antenna UHF destinata a migliorare le comunicazioni radio fra la Stazione spaziale e lo shuttle. Kent Rominger, il comandante dello shuttle, apre finalmente lo sportellone del boccaporto che collega Endeavour ad Alpha e possiamo fare il nostro ingresso nei locali della stazione. È come passare da un monolocale a una villa: nel modulo Destiny c’è spazio in abbondanza per i due equipaggi che finalmente possono incontrarsi faccia a faccia. Sono le 4:28, ora di Houston (le 11:28 in Italia), quando i dieci viaggiatori dello spazio (noi sette e i tre che vivo a bordo della stazione) si abbracciano e si scambiano saluti in varie lingue. Il cosmonauta russo Yuri Usachev, comandante della stazione, e i due astronauti americani Jim Voss e Susan Helms ci accolgono con grande entusiasmo. Siamo i primi visitatori che salgono a bordo da quando sono arrivati sulla stazione spaziale, a metà marzo! Ma non c’è molto tempo per i saluti. Prima di tutto c’è la riunione su come reagire a eventuali emergenze di bordo della stazione e poi, tra poche ore, alle 17:11 italiane, avverrà l’aggancio del modulo logistico italiano Raffaello con il nodo Unity della stazione, un’attività che mi riguarda personalmente. Lo sportello tra Endeavour e Alpha sarà nuovamente richiuso nella serata di oggi per poter ridurre la pressione a bordo della navetta in preparazione della seconda passeggiata spaziale prevista per domani. Un’altra giornata di grande attività con Chris e Scott che hanno effettuato una seconda uscita extraveicolare. In quasi otto ore passate nel vuoto cosmico, i due astronauti hanno completato il loro lavoro di elettricisti spaziali. Si è trattato di una delle più lunghe attività extraveicolari durante la quale sono stati collegati nuovi cavi di alimentazione e di trasmissione dati. In questo modo il laboratorio Destiny è diventato la base definitiva da cui opererà il nuovo braccio robotizzato. Comandato da Susan, Canadarm2 si è attaccato allo speciale sistema di aggancio sulla parete esterna del laboratorio ed è diventato, finalmente, parte integrante della stazione Alpha! Nel frattempo sono stati trasferiti i due Express Racks (apparecchiature sfilabili come cassetti) dal modulo Raffaello al laboratorio Destiny. Anche se avvenuta in condizioni di assenza di peso, la manovra è stata molto delicata per le dimensioni dei racks e per i tunnel con curve a gomito di 90 gradi che ci sono per passare da Raffaello al laboratorio. Oggi è una giornata speciale. Sono stato svegliato dalle note della canzone di Andrea Bocelli Con te partirò, che il centro di controllo di Houston ha trasmesso sul canale di comunicazione Terra-shuttle. È anche il giorno del collegamento con il Presidente Ciampi e con il Presidente Prodi e ci sono da le luci e la telecamera all’interno di Raffaello per essere pronti a trasmettere a Terra le immagini in diretta. Ieri, dopo l’attività extraveicolare, abbiamo riaperto il boccaporto e siamo tornati a bordo di Alpha per completare il trasferimento di materiale dal modulo logistico al nodo Unity. Meno male! Così adesso è più facile trasformare Raffaello in uno studio televisivo. Intanto Susan e Jim stanno facendo i primi passi con il nuovo braccio robotizzato. È un momento solenne quando Canadarm2 comincia a muoversi per trasferire la sua <<culla>> (SLP) ancora attaccata alla sua estremità, nella stiva dello shuttle. Si tratta di un passaggio di consegne. Il nuovo braccio, ormai adulto, trasferisce la culla all’altro braccio robotico, quello che da anni è installato sullo shuttle. Ma la manovra non può essere completata a causa di un problema a uno dei computer di comando e controllo (C&C computer) da cui dipendono le funzioni principali della stazione. Tutti i comandi, compresi quelli inviati al braccio robotico, passano attraverso i cosiddetti C&C computer e poiché ne è rimasto in funzione uno solo è più prudente fermare le operazioni e parcheggiare il braccio e il suo carico in una posizione sicura, in attesa di capire le ragioni del guasto. Il guasto di ieri ha indotto il centro di controllo di Houston a prolungare la durata della nostra missione e mantenere la navetta agganciata alla stazione per un giorno in più, forse due. Una delle conseguenze del problema con il C&C computer è stata la perdita della capacità di trasmettere dati fra la stazione Alpha e il centro di controllo Houston. Le comunicazioni fra terra e l’equipaggio sono state possibili grazie a Endeavour che ha fatto da ponte radio. I tecnici a Terra e gli astronauti a bordo hanno passato l’intera giornata cercando la causa dei guasti che hanno lasciato la stazione con un solo calcolatore di controllo ancora funzionante. Si comincia a parlare dell’opportunità di utilizzare un computer di livello più basso, quello che si occupa della gestione del carico a bordo. Per rimpiazzare uno di quelli che si sono guastati. Intanto l’equipaggio dello shuttle ha cominciato a riempire il modulo logistico con materiale che deve essere riportato a Terra. Sono in costante contatto con il controllo di Houston per sapere se dobbiamo ricondurre a terra il computer in avaria e dobbiamo stivarlo. Si è deciso di riportarlo giù in uno dei cassetti speciali, i cosiddetti lockers, del ponte inferiore di Endeavour. In questo modo, appena lo shuttle sarà atterrato, lo si potrà analizzare subito, senza aspettare di trasferire Raffaello nello speciale hangar dove di effettuano le operazioni di scarico del modulo italiano. Arrivano le prime reazioni dei russi alla notizia del prolungamento della nostra missione. Se Endeavour rimane agganciato alla stazione, la capsula russa Soyuz che sarebbe dovuta arrivare domani [con a bordo il primo turista spaziale, il miliardario americano Dennis Tito –ndr] dovrà ritardare qualche giorno. Con lo shuttle attraccato all’estremità del laboratorio c’è solo qualche metro fra il timone della navicella americana e il punto dove la Soyuz deve agganciarsi al boccaporto del modulo russo Zarya. Inoltre, in questa fase della costruzione della stazione, il sistema che rigenera l’atmosfera di bordo non è in grado di sopportare più di dieci persone. L’equipaggio della stazione ha lavorato tutto il giorno per trovare una soluzione con cui migliorare la situazione dei calcolatori di bordo. Per ripristinare il funzionamento del C&C computer numero 1 si è attuato l’intervento previsto. Si è modificato il software di uno dei computer di secondo livello per fargli svolgere le funzioni di controllo primario e il C&C1 è stato rimosso e stivato a bordo dello shuttle per essere analizzato a Terra. Con due computer funzionanti abbiamo avuto il via libera per staccare il modulo Raffaello dalla stazione e riportarlo nella stiva di Endeaour. La manovra portata a termine con successo da Scott e da me è stata anche filmata con la speciale cinepresa Imax. Si tratta di una macchina con una pellicola particolare che permette di ottenere immagini di grandissima qualità, con effetti tridimensionali. Si comincia a capire che è stato probabilmente il nuovo software caricato da Terra, a dare il via alla serie di avarie che ha portato la stazione a un passo dalla paralisi. Come questo abbia potuto danneggiare i dischi rigidi utilizzati per immagazzinare le informazioni in transito è ancora da chiarire e potrà essere svelato, forse, dal computer che riporteremo a terra. Intanto, mentre si cerca di attivare i due calcolatori di riserva, è stato possibile effettuare la messa a punto del sistema computerizzato di visione del nuovo Canadarm2. Mentre io attivavo lo Space Vision System del braccio robotico dello shuttle, Susan e Jim facevano lo stesso con l’omologo sistema del nuovo braccio canadese della stazione e le due soluzioni sono risultate identiche entro le tolleranze previste. Il positivo risultato di questo test ha aumentato l’ottimismo dell’equipaggio e le buone notizie che vengono dal controllo di missione di Houston fanno sperare in un recupero anche parziale del secondo calcolatore di comando della stazione. In queste condizioni si può procedere al passaggio di mano della <<culla>> del braccio robotico Canadarm2, operazione che era stata sospesa a causa dell’avaria al computer della Stazione spaziale, e che è rimasto l’ultimo obiettivo per completare la nostra missione. Endeavour e la stazione spaziale Alpha sono nella configurazione prevista per il distacco e tra poco verrà deciso se effettuare la manovra per completare il lavoro di riparazione dei calcolatori della stazione. Nell’indecisione, organizziamo una cena d’addio nel modulo russo della stazione, Zvezda, con un menu internazionale, cibo russo e americano e qualche pezzetto di parmigiano italiano <<sopravvissuto>> anche senza frigorifero. Con i computer della stazione in condizioni stabili, senza nuovi guasti nel corso della notte e con l’incombere dell’arrivo del signor Tito, si prende la decisione di <<levare le ancore>>. Nel pomeriggio della nostra giornata in orbita, corrispondente alle ore 19:34 ora italiana, viene chiuso il boccaporto di collegamento fra lo shuttle e la stazione e cominciano le operazioni per la separazione. Nelle ore immediatamente precedenti i due equipaggi si sono incontrati nel modulo Destiny dove c’è stata una cerimonia di addio con il nostro equipaggio che ha firmato il libro di bordo di Alpha e che ha ricevuto in dono una piccola spilla con l’immagine della stazione. Siamo stati tra i primi visitatori di questo avamposto umano nello spazio e questo piccolo riconoscimento ha un grande significato per me e per i miei compagni. L’allontanamento dalla Stazione avviene con una manovra che permette di osservarla da varie angolazioni. È una vista magnifica e tra le foto e le riprese c’è anche il tempo di provare un sentimento di orgoglio. La stazione che lasciamo è diventata più complessa di quella che abbiamo trovato al nostro arrivo: c’è il braccio canadese che fa bella mostra di sé e, grazie al modulo italiano Raffaello, ci sono a bordo nuovi esperimenti scientifici e quattro tonnellate di materiale che Susan, Yuri e Jim potranno utilizzare nei prossimi mesi della loro permanenza. Grande attività da parte di tutto l’equipaggio in questo giorno di transizione. Bisogna preparare la cabina di Endeavour per la fase di rientro. Vanno verificate le tute arancione, rimontati i sedili e i sistemi pel l’uscita di emergenza. Bisogna anche disfare la rete di calcolatori e il piccolo studio fotografico realizzato nella cabina di pilotaggio. Prima, però, scattiamo le ultime foto. Con le finestre dello shuttle libere dalla presenza imponente della stazione si hanno a disposizione inquadrature molto particolari e posso scattare alcune belle foto dell’Italia. C’è infine l’ultima conferenza stampa che comprende anche giornalisti italiani, i quali mi fanno domande soprattutto sul tema del momento: Tito e il turismo spaziale. È tempo di rientrare anche se, sulle prime non sappiamo bene dove! Le condizioni metereologiche in Florida, dov’è il Kennedy Space Center, non sono buone e c’è la possibilità di un atterraggio in California. Il primo tentativo sarà fatto per atterrare sulla pista del Kennedy e, se le condizioni meteo non saranno adatte, si proverà ad effettuare la manovra di atterraggio in California nell’orbita successiva. In preparazione del ritorno alla gravità della Terra, l’equipaggio deve bere molto per reintegrare parte dei liquidi e dei sali minerali che si perdono in condizioni di assenza di peso. Nell’indecisione, meglio aspettare a bere il <<consommé>> finché non si è sicuri di rientrare. Le condizioni al Kennedy sembrano peggiorare e il centro di controllo ci suggerisce di aspettare a indossare le ingombranti tute arancione. Quasi sicuramente bisognerà attendere un’altra orbita, questa volta la destinazione sarà la base Edwards sulla costa del Pacifico. Al terzo tentativo, c’è i via libera da Houston per iniziare la manovra di rientro. All’accensione dei motori, l’accelerazione è appena un sesto della gravità terrestre ma, dopo tanti giorni in assenza di peso, sembra già molto. È tempo di sedersi e di allacciare le cinture, si torna a Terra. Tutto avviene molto rapidamente, si comincia a sentire l’effetto dell’attrito contro l’atmosfera e la navetta inizia a rallentare, ma siamo sempre a una velocità molte volte superiore a quella del suono. In poco più di un’ora si è in prossimità della costa californiana e si vedono benissimo le numerose piste della base Edwards, dove tocchiamo terra con un magnifico atterraggio, a 350 chilometri orari: da manuale! Si è conclusa un’avventura meravigliosa, in questi 13 giorni ho girato intorno alla Terra centinaia di volte, percorrendo milioni di chilometri. Rientrare nella normalità non sarà facile!
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